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la catena

La catena, cm. 68 x 150, ubicazione sconosciuta

la catena web

Questa piazza, detta un tempo “dei canapini” perché in passato i cordai o canapini venivano qui a lavorare la canapa e a ricavarne cordami, fu intitolata al Plebiscito da quando Vittorio Emanuele II vi ricevette «l'annuncio dell'universale risultato favorevole all'annessione del Regno Italico di tutte le provincie napoletane». Quella cerimonia ebbe luogo alle dieci e mezzo antimeridiane del 21 ottobre 1860. Durante la marcia alla volta di Napoli, infatti, Sua Maestà fece tappa in Castel di Sangro, dove, alla testa del suo esercito, era giunto nel pomeriggio del giorno precedente e vi aveva pernottato. Prima di concedersi al meritato riposo, però, ricevette, in questa stessa piazza, l'omaggio delle delegazioni dei paesi del circondario e vi istituì un Consiglio di guerra, presieduto dal Maggiore dei bersaglieri Emilio Pallavicini, dal quale alcuni contadini, implicati nelle violente manifestazioni filo – borboniche e anti piemontesi dei primi di ottobre, furono condannati alla fucilazione, che per 13 di loro, secondo il Balzano, fu  eseguita subito dopo dinanzi alla chiesa di San Giovanni Battista. Il Sovrano, inoltre, vi sottoscrisse e rese operative le disposizioni del Fanti, in base alle quali venivano da quel momento «sottoposti a tribunali militari gli autori di reati reazionari e i villani armati (cafoni), ingiungendo loro il disarmo fra tre giorni». Per sottrarsi agli atti di rigore posti in atto fin dall’indomani, reazionari e legittimisti cercarono scampo nella fuga e i contadini, dopo la partenza del Re, andarono a nascondersi nel fitto dei boschi in cui già trovavano abituale ricetto le numerose bande di fuorilegge e taglieggiatori, ai quali solo pochi di loro finirono con l’aggregarsi in queste contrade, ma con i quali i molti diseredati rimasti fedeli ai Borboni vennero il più delle volte confusi dalle pattuglie dell’esercito sabaudo incaricate di reprimere ogni sopravvivenza di legittimismo e di debellare il rincrudimento del brigantaggio con ogni mezzo, ivi compresa l’autorizzazione a giustiziare sul posto i malfattori o presunti tali. Per cui si moltiplicarono le esecuzioni senza processi. Alla immediata periferia di Castel di Sangro, i regi, come venivano additati i soldati piemontesi, costruirono due ampie forche ben visibili a cui impiccavano più “condannati” per volta dando contemporaneamente fuoco ai cumuli di paglia ammucchiati sotto i loro piedi onde accelerarne il decesso per soffocamento. Allo stesso tempo si infittirono pure gli arresti. Il Patini vi riportò più tardi la memoria in uno dei suoi dipinti più intensi e significativi, di cui non si conosce più l’ubicazione e che è perciò noto solo attraverso la fotografia fatta da lui stesso realizzare. Vi raffigurò una breve teoria di prigionieri appiedati, legati a coppie, per i polsi, alla stessa infamante e pesante catena, donde il titolo del quadro, senza alcuna distinzione fra i malfattori incalliti, i miseri contadini abbrutiti dalla latitanza e l’intellettuale dissenziente, quasi certamente suggeritogli dal ricordo del patriota Panfilo Serafini, l’indimenticato maestro della sua adolescenza trascinato in catene verso il carcere a vita. Al passaggio di quegli sfortunati sotto il controllo dei carabinieri a cavallo assisteva, dall’uscio della casupola, una famigliola non meno intirizzita di loro, che, quasi quadro nel quadro, assunse per Patini, a partire da questa tela, un significato che travalica la funzione di semplice particolare della scena rappresentata, in quanto introduce nella sua produzione pittorica la presenza della triade familiare destinata a trasformarsi in un motivo centrale della sua ispirazione e ad assumere, come si evince dall’Erede e dalle altre prove della trilogia, il valore di nodale elemento tematico anche perché in quel fondamentale nucleo l’Autore parve identificare l’unico riscontro di solidarietà possibile nel contesto della società coeva.

Testo di Cosimo Savastano a cura di Raffaella Dell'Erede