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fronde morte

Fronde morte, cm. 38 x 65, Castel di Sangro, Pinacoteca civica “T.Patini”

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Fronde morte, in cui slarga l’evocazione dell’ampia vallata che si schiude a sinistra della precipite costa settentrionale dello stesso colle roccioso sul cui fianco, volto a mezzogiorno, si adagia l’abitato di Castel di Sangro è fra i dipinti ispirati a panorami più o meno vasti, non molto frequenti nella produzione complessiva del Patini. La tela si direbbe permeata da tensioni di una raccolta e struggente liricità e da una tale mestizia di atmosfere da indurre a raccordarne la intima poesia a quel pensiero velatamente commosso con cui Patini, ormai sul punto di trasferirsi all’Aquila non molto dopo averla dipinta, si congedava dalla sua terra. E’ un momento creativo contraddistinto da una sorta di rimeditazione e rielaborazione in nuova chiave di certi grigi perlacei invalsi nell’Erede e trasformati negli articolati cromatismi delle rupi e nelle azzurrognole trasparenze delle atmosfere e delle lontananze da cui è caratterizzata la tempera murale dell’Aquila, al cui clima ideativo ed alla cui temperie cromatica sembra ricondurre anche il motivo del piccolo gregge che tranquillamente avanza sul breve pianoro erboso dell’altura rupestre, posta in primo piano. Rocce ed animali, rilievi e vegetazione risultano talora evocati attraverso un modo di dipingere non immemore delle sensibilità e del gusto per gli impasti invalso in Pulsazioni e palpiti, i cui cromatismi sembrano talora riaffiorare fra le più spiccate propensioni a riprendere ed a proseguire, in questo caso, il discorso pittorico introdotto con quell’imponente dipinto. Ad essa riporta oltre tutto quel clima di nebbiose caligini montane, che, nella nuova pagina, si fanno più dense, come permeate ed intrise dell’umidità delle quali, dopo le fitte ed insistenti pioggerelline intermittenti da cui viene abitualmente preannunciato l’approssimarsi della stagione più fredda, respirano quei suoi luoghi montani, dei quali l’autore parve, qui, incline a cogliere il momento in cui per un attimo li percorre quel tenue fiotto di luminosità quasi solare appena sfuggita dal denso e compatto filtro delle nubi, mentre sfrangiature di nuvole tardo autunnali, svaporando, risalgono, a fiocchi, chine e declivi. La descrizione vi è prevalentemente affidata alla fine sensibilità dello spartito cromatico, che appare ove inteso a registrare i riverberi da un chiarore diffuso e come filtrato dalle nubi, evocate nel cielo esaltandone il soffice chiarore lattescente, attraverso il recupero di un bianco sapiente accostato senza stridore alla variegata gamma degli altri cromatismi, e riportando la giusta concentrazione sul gioco ovattato delle luci radenti ed appena stiepidite dai riverberi solari, abilmente diffuse nella scena senza contrasti apparenti con le ombre più fredde e marcate, opportunamente sottese a scandire l’ordito narrativo e pittorico, ove più robustamente accentuato dalle pennellate decise, sapide, alludenti alla pietra ed alle sue luci radenti appena stiepidite da flebili guizzi solari e rimarcate dalle ombre fredde della sua natura, pervase di umori e come inumidite per la stagione avanzata del freddo. E’ una narrazione che trova un suo contrappunto ed una sorta di ideale prosecuzione nei richiami agli elementi vegetali cresciuti intorno al pianoro sostenuto dalle grandi rocce precipiti sulla parte destra, rivelando un procedimento linguistico e del fare pittorico attraverso il quale si coglie l’afflato partecipativo dell’immediatezza e della spontaneità da cui prende corpo una orditura straordinariamente franca, libera e limpida nel suo raccolto lirismo.

Testo di Cosimo Savastano a cura di Raffaella Dell'Erede