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tre orfani

Tre orfani, olio su tela, cm. 89,5 x 119, Castel di Sangro, Pinacoteca civica “T. Patini”

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Firmata, ma non datata, l’opera è da ritenersi elaborata in epoca non di molto posteriore rispetto al dipinto Il ciabattino (Napoli, Museo di Capodimonte), licenziato a Roma, esposto nella Promotrice napoletana del 1873, in cui l’ancor giovane Maestro si allontanò dalle più articolate e variegate opzioni cromatiche della tavolozza fino a poc’anzi adottata nelle prove nate dalla pressoché decennale adesione ai soggetti di storia mostrando una predilezione per la gamma delle terre e dei bruni per certi versi affine a quella che predomina, sia pure fra risonanze di altro genere, nei Tre orfani ed in alcuni altri quadri che prelusero all’Erede. Forse più e meglio di quanto si evinca dal registro cromatico, però, che per altro si andò decisamente alleggerendo ed affinando nell'opera maggiore fino ad arricchirsi della rinnovata e personalissima finezza di certi grigi perlacei rimasti successivamente cari al pittore ed agli sviluppi linguistici posteriormente da lui perseguiti, interviene l’affinità dei riferimenti narrativi, in cui ben si coglie il segno della radice comune che lega le due opere al punto tale da indurre ad assegnare ai Tre orfani la funzione di una importante tappa intermedia per quanto attiene all'individuazione di simbologie pressoché contestuali rispetto a quelle adottate nell’opera maggiore. Ad accogliere il pagliericcio dei Tre orfani, infatti, è la stessa nudità del pavimento che, nell’Erede, si farà ancor più sbrecciato e miserabile intorno alla sbrindellata coperta - sudario, destinata dapprima ad accogliere e quindi ad avvolgere, per la sepoltura senza bara. Vi è, inoltre, posto in evidenza, sul pagliericcio dal quale è stato appena portato via il corpo dell’altro genitore perduto da quei ragazzi, lo stesso rosario, che, nel quadro più noto, terrà strette le mani del morto ad un crocifisso in tutto simile a quello che, qui, campeggia, con affine significato simbolico, al centro del rudimentale altarino composto sulla seggiola ed illuminato dal fascio di luce filtrato fra le sbarre che s’incrociano nel vano dell’unica finestruola dello spoglio abituro. E’ già, questo dei Tre orfani, l’unico vano - abitazione concesso ai miserabili esponenti del sottoproletariato rurale, che risulterebbe completamente spoglio ove non fossero allineati sulla mensola i pochi e poveri oggetti di uso quotidiano, anticipatori della elencazione meglio allusiva e puntualizzante del vecchio cappello, della roncola, della zappa, del grande ramaiolo e dell’immagine sacra scolorita, penzolanti, nell’Erede, dalla scrostata parete. Né la memoria manca di ricorrere, dinanzi a questa specie di pertugio da prigione, alle finestre dalla ben diversa gioiosità narrativa e pittorica, che vennero inserite dal pittore nei dipinti di soggetto storico, come Nello studio di Salvator Rosa del ’72, ed in quadri di altro genere, fra cui alcuni di ambiente fratesco, nei quali a volte evocano modi macchiaioli.

Testo di Cosimo Savastano a cura di Raffaella Dell'Erede