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via paradiso

Via Paradiso a Castel di Sangro, cm. 90,5 x 58, Castel di Sangro, Pinacoteca civica “T. Patini” di Castel di Sangro

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I dipinti di paesaggio realizzati da Patini nel laborioso decennio di Castel di Sangro contribuiscono senz’altro a connotare il senso e la direzione delle ricerche da lui imboccate in quell’arco di tempo, fondamentale per la sua parabola pittorica, in cui andò progressivamente definendo gli strumenti linguistico - formali e gli estremi della tematica sociale infine espressa nell'Erede e, quindi, nella produzione della maturità. Con l’evocazione degli aspetti della natura circostante e specialmente delle poverissime case affacciate sulle strade sbrecciate o su angusti e sassosi percorsi ancora più remoti e degradati, egli intese estendere al paesaggio ed all’ambiente urbano la documentazione e storicizzazione intrapresa sulle fatiche e sulla difficile esistenza degli uomini, della cui vita e della cui grama quotidianità lo scenario circostante costituiva il più adeguato ed eloquente compendio. Il grande rilievo che occupa in Bestie da soma la vigorosa scansione delle ombre proiettate dalle ardenti luci canicolari equivalse all’importantissimo esito di cui il Patini perseguì o anticipò le connotazioni anche in qualche altra prova. Fra di esse assume una incidenza di primo piano il magistrale dipinto che ha infine assunto la denominazione di Via Paradiso a Castel di Sangro, dal momento che vi è tuttora pienamente riconoscibile la strada che quotidianamente il Maestro percorreva da o per casa sua. Preceduto o accompagnato dall’esecuzione di almeno un altro lavoro affine per tema ed inclinazioni pittoriche e compositive, il dipinto fu quasi certamente affrontato in epoca alquanto anteriore o pressoché coincidente alla elaborazione di Bestie da soma, alla cui temperie, in ogni caso, direttamente riportano sia i caratteri stilistici sia i valori plastici sia i criteri adottati per connotarvi la spazialità sia, infine, gli intendimenti di procedere, attraverso quella particolare forma di verismo che gli fu propria, alla realizzazione di un quadro di documentazione e di storia. Infatti, «messo impassibilmente a fuoco nell’immobilità del meriggio da una forza d’ombre e di luci che non ha riscontro se non nelle ‘vedute’ del settecentesco Bellotto o del ‘realista’ Courbet; dipinto in colori aridi e cretosi con una essenzialità di mezzi che […] ottiene il maggior potenziale espressivo desiderabile e il massimo di comunicatività, questo squarcio di paese – vita ha il carattere di un referto disingannato e senza miti» di tale robustezza e qualità, come scrisse Bologna, «da meritare di prender luogo, alla pari, accanto ai più monumentali dipinti di storia sociale del maestro». Come ribadisce l’immagine di quel “petroso e abbagliato” percorso a lui familiare, fu senz’altro dal diretto contatto con la terra natale, dove rientrava dall’avanzata primavera per trascorrervi i mesi dell’estate dipingendo frequentemente “dal vero”, che Patini continuò a trarre molte idee e stimoli per procedere all’orditura delle più meditate ed imponenti pagine affrontate nell’ampio studio aquilano di piazza Ardinghelli, nelle quali non raramente sviluppò, come gli era accaduto anche per Vanga e latte e per Bestie da soma, spunti e motivi rapidamente annotati nei piccoli studi colà realizzati all’aria aperta.

Testo di Cosimo Savastano a cura di Raffaella Dell'Erede