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il ciabattino

Il ciabattino, olio su tela, cm. 61,5 x 48,5, Napoli, Collezioni d’Arte del Banco di Napoli, ora al Museo di Capodimonte

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In quest’opera andavano prendendo corpo le prime avvisaglie delle nuove consapevolezze da cui Patini venne indotto a trasferire alla storia contemporanea quell’attenzione che aveva fino ad allora rivolto a personaggi e vicende del passato. Fu una trasformazione su cui esercitarono una non marginale influenza le aperture verso l'alto magistero della storia, intesa quale porgitrice di verità assolute, e l’inclinazione a concedere al soggetto una funzione preminente, entrambe di ascendenza idealistica ed entrambe maturate grazie anche al dialogo instaurato nel corso di qualche incontro con Bertrando Spaventa, il primo a diffondere a Napoli il pensiero di Hegel. Allo stesso modo, la più antica e frequente consuetudine con Salvatore Tommasi, antico allievo dell’illustre prozio Giuseppe Liberatore e maestro particolarmente vicino a suo fratello Carlo, esercitò una innegabile influenza sulla progressiva e sempre più spiccata adesione del Patini ai principi di orientamento positivista. Per questa ragione, i memorabili ritratti, che il pittore dedicò a ciascuno di loro nell’estate del 1869, sembrano colorarsi pure della gratitudine avvertita per entrambi. Fu il Ciabattino a rivelare un Patini ormai incline a desumere direttamente dalla quotidianità la sua tematica. Sul finire del 1873, mentre questa piccola tela era esposta a Napoli nella Mostra della Promotrice, egli ebbe occasione di prendere compiutamente atto degli affreschi che il tedesco Hans von Marées, principale esponente della "pura visibilità", andava realizzando nella biblioteca, trasformata poi nell’atrio della Stazione zoologica o Acquario della città. Questi, per altro, era stato chiamato ad eseguirli su espresso desiderio del compatriota ed estimatore Anton Dohrn, il noto scienziato che aveva voluto quella struttura anche per comprovarvi le teorie di Darwin e che era amico di Salvatore Tommasi, circostanza da cui si è indotti a desumere come Patini avesse conosciuto anche personalmente il von Marées.

Testo di Cosimo Savastano a cura di Raffaella Dell'Erede