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pulsazioni e palpiti

Pulsazioni e palpiti, cm.121,5 x 151, L’Aquila, collezioni d’arte del Consiglio Provinciale, in deposito temporaneo presso la Pinacoteca civica “T. Patini” di Castel di Sangro

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Nei mesi successivi alla Esposizione milanese del 1881, rinfrancato e stimolato dai consensi arrisi all’Erede, Patini attese alla stesura di Pulsazioni e palpiti, che solo dopo la sua scomparsa, nel 1907, fu acquistato dall’Amministrazione provinciale dell'Aquila per la Sala del Consiglio. Proseguendovi in altra chiave il discorso avviato nell’Erede, il Maestro intese, in questo caso, evidenziare come, in una società dai governanti incapaci di coordinare il mondo del lavoro e di concepire qualsiasi forma di previdenza, venisse inevitabilmente meno, con il giovane agricoltore, l’unica possibilità di sostegno per i vecchi, condannati, per lo scemare delle forze necessarie al duro lavoro dei campi, ad una lenta consunzione di inedia. Grande è, però, la distanza che intercorre sul piano pittorico e stilistico fra i due quadri. L’opera conserva una immediatezza di rara efficacia, quale si coglie, ad esempio, in quella sorta di “nodo gordiano” in cui restano a lungo congiunte la mano, ancora sanguigna, del medico e quella del morente, che ormai allenta la presa. Il contrasto fra il turgore della vita e l’esangue scolorire della fine vi è scandito innanzitutto per virtù di pittura, similmente a quanto, in chiave diversa, accade nel raffinato gioco di tavolozza esaltato perfino nella parete di fondo, su cui anche la lanterna ed il suo estremo sbuffo di fumo nero, causato dallo spegnersi della fiamma insieme alla vita consunta del giovane campagnolo, e soprattutto il cero benedetto si accampano con l’essenziale eloquenza tonale di una disinvolta maestria. Altrove predomina, invece, la matericità degli impasti sapidi, come accade nel vivo ritratto del vecchio già attonitamente presago della sventura, alla cui maschera contratta fa da contrappunto la tenerezza ancora tenacemente fiduciosa della compagna, fissata anch’essa con il particolare realismo in cui l'autore conserva la prorompente freschezza delle esecuzioni di getto, a cui fa pensare specialmente il magistrale ricorso al “non finito” , pronto, in vari passaggi del primo piano, ad attingere i contrappunti cromatici dalla imprimitura della tela di supporto, lasciata intenzionalmente priva di ulteriori campiture.

Testo di Cosimo Savastano a cura di Raffaella Dell'Erede