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rifugio nella preghiera

Il rifugio nella preghiera, olio su tela, cm. 60 x 52, Pratola Peligna (L’Aquila), collezioni d’arte della Banca di Credito Cooperativo 

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Ponendo in evidenza la Corona che l’emblematico protagonista della scena stringe fra le mani e sottolineando la concentrazione con cui si immerge nella recita del Rosario, l’Autore intese richiamare l’attenzione sul conforto cercato nella preghiera dalla maggior parte dei diseredati, a cui allude la presenza delle due donne oranti in secondo piano, su quel loro bisogno di fede e quella loro inclinazione a cercare rifugio nella Casa del Signore, trovandovi l’unico conforto possibile per la miseria e i mali a cui erano ingiustamente condannati, non senza corroborarvi la speranza di vederseli alleviati dall’intervento divino. Sembra evidente come Patini annoverasse anche una tale avvertita esigenza fra le conseguenze negative a cui aveva condotto la condizione di precarietà, di indigenza e di emarginazione che, per primo non solamente in Italia, finì con il denunziare, convogliandovi il più impegnato dibattito politico coevo, come emergenza gravissima, e, ciò non di meno, supinamente ignorata da una classe politica profondamente colpevole per non avere attuato i propositi e le aspirazioni da cui erano stati innanzitutto animati i fautori dell’unità nazionale e l’entusiasmo di quanti, garibaldini al pari di lui o in affine veste, avevano dato vita all’eroica stagione risorgimentale. Per cui il quadro si colloca nell’ambito delle ricerche che prelusero alle maggiori e più incisive opere di denuncia sociale attraverso le quali Patini riuscì infine a scandire la cronaca oggettiva e disincantata sulla arretratezza e sul degrado comune a tutte le popolazioni della dorsale appenninica centro – meridionale e di gran parte della Penisola, che vedeva rispecchiate nella quotidianità della gente del suo paese, eletto, perciò, ad osservatorio privilegiato.

Testo di Cosimo Savastano a cura di Raffaella Dell'Erede