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rocce verso la sommità del “Castello”

Rocce verso la sommità del “Castello”, olio su tela, cm. 33 x 20, L'Aquila, collezioni d'arte della Cassa di Risparmio per la Provincia dell'Aquila

rovve verso la sommita del castello web

Si tratta di una felice, forse unica interpretazione pittorica della cima rupestre, incombente sul paese natale del Patini e prossima alla sua casa, ubicata ai piedi dell’erta conclusiva. Abitata e fortificata fin dalle età più remote, come attestano gli imponenti resti delle mura ciclopiche o poligonali, questa altura, la cui importanza strategica è rimasta immutata fino al secondo conflitto mondiale per il ruolo di imprendibile testa di ponte della Linea Gustav, veniva e viene tuttora additata, a livello locale, come “il castello” per via del maniero fattovi edificare nel 1050 da Odorisio Borrello, intorno al quale si estendeva il borgo più tardi gradualmente trasferito lungo le pendici dell’antistante vallata. Proprio per favorirne le funzioni di avvistamento e difesa, il luogo rimase privo di ogni vegetazione, come si evince dal quadro, fino all’inizio del secolo scorso ed era parzialmente abitato ancora all’epoca del Patini, al quale, stando perlomeno alle testimonianze raccolte, fu particolarmente caro e familiare fin dall’infanzia, in cui vi si recava a giocare insieme ai fratelli, per divenire più tardi meta fra le preferite specie durante l’acutizzarsi della infezione di tracoma, involontariamente contagiatagli dall’amato maestro Panfilo Serafini mentre fu suo ospite a Napoli subito dopo essere stato liberato dalle durissime e malsane carceri borboniche in cui lo aveva contratto, per la quale rischiò di perdere la vista. All’elaborazione del dipinto sembra aver presieduto una inclinazione ispirativa di natura prevalentemente tonale, come suggeriscono le propensioni della variegata scelta cromatica in gran parte basata su un’ampia gamma di ocre, di verdi marci e di grigi ove caldi ed ove perlacei dal timbro misurato e discreto, volutamente privo di note alte e di slanci squillanti.

Testo di Cosimo Savastano a cura di Raffaella Dell'Erede